Tsunami
In
giapponese, tsunami significa onda di maremoto, cioè grossa onda provocata
da un sisma sottomarino. Gli tsunami sono generati dai movimenti sussultori
e ondulatori dei fondali oceanici durante un sisma. Altre cause possibili
sono le frane sottomarine (tipo quella che ha interessato l’isola di
Stromboli nel 2003, anche se in quel caso a franare è stata una porzione
della Sciara del Fuoco un ex paleofrana), da un'eruzione vulcanica o
dall'impatto di meteoriti.
La maggior
parte degli tsunami hanno origine lungo la cosiddetta Cintura di fuoco, una
zona nell'Oceano Pacifico di vulcani e attività sismica. A partire dal 1819,
circa quaranta tsunami hanno colpito le Hawaii.
Gli
tsunami si muovono molto rapidamente, raggiungendo velocità di oltre 800 km
orari. Nelle profondità oceaniche, l'onda è quasi impercettibile,
solitamente alta meno di 1 m, tuttavia man mano che si avvicina alle acque
costiere, lo tsunami deve rallentare la sua corsa crescendo rapidamente in
altezza e quando arriva presso la costa, può essere un colossale muro
d'acqua alto oltre 30 m. L'impatto è devastante perchè onde come queste
hanno una capacità di erosione tale da cancellare in un attimo spiagge e
vegetazione, distruggere le case e gli edifici che si trovano sulla costa e
provocare allagamenti fino a centinaia di metri nell'entroterra.
Il 17
febbraio 1996, un sisma del settimo grado della scala Richter si verificò al
largo della costa dell'isola Biak in Indonesia, a nord della Nuova Guinea,
causando onde di 6 m che spazzarono la costa. Il bilancio delle vittime fu
di 102 morti e almeno 50 dispersi. Oltre 3000 case su Biak e sulle isole
circostanti furono spazzate via dallo tsunami. Ben più grave il risultato
del maremoto che ha avuto luogo il 18 luglio 1998: onde alte fino a 10 m
hanno spazzato via interi villaggi in una sottile striscia di terra fra
l'oceano e una laguna sulla costa orientale della Nuova Guinea. Tremila i
morti e diecimila i senzatetto.
Un nuovo
modello teorico per predire l'interazione tra tsunami e venti è stato
messo a punto da Oleg A. Godin della
National Oceanic and
Atmospheric Administration di Boulder, in Colorado. In un
articolo pubblicato sulla rivista
Journal of Geophysical
Research (Oceans), Godin spiega che esiste una sorta di ombra che
precede l'arrivo del maremoto. L'ombra è data dal disturbo provocato dalla
massa d'acqua sul vento e dall'impatto che essa ha sulla superficie del
mare.
L'ombra di
cui parla Godin è spesso stata osservata prima dell'arrivo di uno tsunami.
Si tratta di bande scure, larghe anche qualche chilometro sulla superficie
degli oceani. Il fenomeno viene abitualmente chiamato "l'ombra dello
tsunami". Durante questi eventi, le onde possono viaggiare a velocità che
raggiungono i 700 chilometri all'ora, dove l'oceano ha una profondità
maggiore di 4 chilometri. La turbolenza causata dall'onda ha effetto sui
venti che colpiscono la superficie, i quali modificano a loro volta la forza
con cui provocano l'increspatura dell'acqua. Lo scienziato ha sviluppato un
modello matematico per spiegare il fenomeno. Il movimento dello tsunami può
aumentare del 10-15 per cento queste increspature in uno specchio d'acqua
prima calmo. Se tutto questo è vero, dice Godin, è possibile individuare in
anticipo un maremoto in avvicinamento grazie ad appositi sensori su
satelliti e aerei che individuino le anomalie sulla superficie marina.
A
differenza dei terremoti gli tsunami si possono prevedere al 100% o quasi,
con le nuove tecnologie che sfruttano soprattutto le vie satellitari
applicando una sofisticata rete di monitoraggio, soprattutto in quelle zone
in cui gli tsunami sono “all’ordine del giorno”, sarebbe possibile salvare
la vita a migliaia di persone.
Però per
realizzare tutto ciò bisognerebbe prima “educare” le persone e spiegare loro
come bisogna comportarsi in presenza di situazioni simili.